CAMPARI, L’ATTESA**** – Conferenza – di Laura Guerrieri

Cinema — Da il 11 novembre 2011 02:34

 

CAMPARI, L’ATTESA**** Joel Schumacher tra cinema e pubblicità – Conferenza

 

“Non è forse l’attesa del piacere l’essenza del piacere stesso?”

Su questa frase del filosofo Lessing si intreccia la pubblicità per Campari di Joel Schumacher. Il regista riprende infatti il momento dell’attesa, la preparazione di una festa: Colin Branca, al suo esordio, interpreta un maestro di cerimonia, gira tra la folla, prende un cocktail con delle belle ragazze; controlla l’operato di chef, sarti, scenografi, musicisti, bartender, mangiafuoco, camerieri. Infine, con un gran sorriso, accoglie lo spettatore sulla soglia del meraviglioso palazzo settecentesco nel cuore di Praga, invitandolo ad entrare con un cenno della mano.

Costumi superbi ed eleganti, danno un’ idea di raffinatezza, di eccentricità: Campari offre un’esperienza fuori dal comune. I colori sgargianti dei vestiti riprendono il rosso del campari, il più bel rosso da riprendere, dice il regista ( il cui primo contatto con il mondo del cinema è stato proprio come costumista). Belle donne, uomini in giacca e cravatta, molti sorrisi e inquadrature panoramiche.
Campari vuole portarti in un paradiso privato, fuori dal tran tran giornaliero. L’atmosfera è anche tinta di sensualità, stretta nei lacci dei corpetti: l’attesa del piacere, afferma il regista, è intuitivamente associata al desiderio erotico.
Una curiosità: le pubblicità girate in un certo paese spesso non vengono trasmesse in quello d’ origine degli attori, soprattutto degli uomini. Il regista ci spiega che si teme di sminuire la loro virilità, di costruire un’immagine lucrativa dietro a quella di artista (non che non vengano pagati profumatamente). Invece per le attrici il discorso cambia: una pubblicità esalta la loro bellezza e il loro fascino.
Ma, abbiamo detto, non sono solo immagini esteticamente piacevoli  ciò che il regista vuole riprendere; al contrario si deve costruire una storia! Qui la risposta alla domanda:

Qual è il rapporto tra la pubblicità e il cinema? Schumacher afferma: “bisogna sempre raccontare una storia. Io non mostro ragazzini intorno al tavolo della  prima colazione che consumano cereali (strappando un sorriso ai presenti in sala). E’ difficile raccontare in 30 secondi ciò che di solito ho due ore di tempo per mostrare. Ma è anche una sfida, riuscire a scegliere le scene più importanti, la sinossi, l’essenziale. Non avevo mai pensato prima ad un lavoro di 30 secondi. Non sei chiamato a raccontare la tua storia, come in un film, ma ti viene sottoposta la storia di qualcun’altro, non sono le tue idee. Ma quando le racconti, lo fai mettendoci del tuo.”

A proposito di collaborazioni, J.S. ha lavorato anche con Woody Allen nella realizzazione dei film “Interiors” e “Il dormiglione“. Alla domanda dell’ interlocutore Antonio Monda, su cosa l’avesse colpito di questa esperienza, risponde: “Lavorare con altri registi è sempre difficile, ma non con W. A. Lavorare con lui è come partecipare ad una recita scolastica: tutti possono dare consigli e suggerimenti. Io adotto lo stesso metodo, ascolto i suggerimenti, e sono disposto a riconoscerne la paternità, il che è molto importante.”

E davvero J. S. si dimostra un regista molto aperto: al futuro, alle innovazioni. Parlando di internet, all’interrogativo partito dal pubblico,  su come si ponga nei confronti di J.J. Abrams, risponde sorridendo: “J.J Abrams ha colpito nel punto giusto al momento giusto. Molti registi e attori sono frustrati, insoddisfatti. Io faccio film per il pubblico. Più persone hanno accesso ai miei film, meglio è.” Il cinema quindi non deve essere contro la diffusione dei film su paperview e Internet. Conta essere visti e non il mezzo? Per Schumacher la risposta è si.
Ce lo spiega con un aneddoto: “il mio film Twelve non è uscito nei cinema ma è risultato al primo posto come film oggetto di pirateria, e a me fa solo piacere. Senza togliere però che alcuni film, per esempio Avatar, sono concepiti per essere visti sul grande schermo.”
Ma allora, l’uso massiccio del 3D che sta dilagando nelle sale cinematografiche, è forse un tentativo per stoppare lo streaming? E, con la possibilità di accedere a tanti film in poco tempo, non si perde la realtà sociale del cinema, e la qualità per la quantità?
Forse ciò a cui assistiamo oggi è un cambiamento paragonabile, per la sua entità, a quello tra cinema muto e sonoro. Noi, spettatori, non dobbiamo fare la fine di Nora Desmond, protagonista di “Sunset Boulevard”, diva che impazzisce perché fossilizzata nella sua concezione della scena senza parole. La lezione allora è questa: “You can’t hold back the future”, come afferma infine anche Schumacher.

E, se non si può di trattenere il futuro, meglio entrare nella sua scia per renderlo migliore!

 

Laura Guerrieri

Laura Guerrieri

studentessa di Letteratura musica e spettacolo alla sapienza. Aspirante sceneggiatrice e scrittrice

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