MELANCHOLIA, l’Apocalisse di Von Trier – di Eleonora Grimaldi

Cinema — Da il 20 dicembre 2011 23:11

 

 MELANCHOLIA: l’Apocalisse firmata  Lars Von Trier

 

Un prologo di otto minuti prepara lo spettatore, già cosciente delle folli movenze di Lars Von Trier e dell’austerità della pellicola preannunciata dal titolo, ad un tripudio artistico magistrale. È l’invito a partecipare all’opera, al viaggio finale, alla profezia. Il Prologo di Tristano e Isotta di Wagner risuona solenne sui fermo immagine lentamente animati. Uno scenario catastrofico e idilliaco che “impressiona” la sensibilità artistica di chi siede sulle poltrone in penombra. Ammalia e intriga al punto che si smette, per una buona volta, di chiedersi il perché di una scena per godersene la sensuale bellezza. Un orologio al centro di un enorme giardino preannuncia l’inquietante scorrere del tempo. “Il ritorno dei cacciatori nella neve” di Bruegel il Vecchio, un piccolo pianeta che si avvicina alla Terra, un cavallo che cade: queste le prime immagini della prefazione profetica. Il primo piano di Kirsten Dunst – la prediletta di Sofia Coppola che danzò disinvolta nel “Giardino delle vergini suicide” – sembra un De Chirico (il ritratto di Mrs Mary Sigall). Ancora lei nel fotogramma chiave che svela il significato universale del film: cammina con fatica perché trattenuta da radici legate ai piedi che fanno da coda al suo abito da sposa. Lotta contro la Terra che rallenta il suo passo, si trascina in avanti invano e con immenso sforzo. È il travolgente torpore dell’impotenza nei confronti della Terra e della sua forza.
La locandina ricorda la Ophelia preraffaellita di  John Everett Millais: Kirsten Dunst è stesa tra le acque di in un lago in posizione funeraria, col bouquet al petto e l’abito bianco; è nel giorno del suo matrimonio che si svolge per la prima metà del film. Sorride al futuro sposo, lo bacia, sembrano entrambi innamorati mentre raggiungono in uno scandaloso ritardo il resto degli invitati per il ricevimento. Per Justine (Kirsten Dunst) la sorella Claire (una Charlotte Gainsbourg che era piaciuta a Von Trier già in Antichrist) ha organizzato una cerimonia degna della più sfarzosa borghesia ed è costantemente attenta alle mosse della sposa. Justine respira a fatica in quel torbido ambiente fatto di imprenditori spietati, un protocollo ossessivo e volti imbellettati che alzano i calici per brindare alla felicità di due sconosciuti. I suoi sorrisi si susseguono per ognuno di essi e rischiano di esaurirsi presto. Claire lo intuisce e la prega di “non fare scenate”, rivelando una routine consolidata negli anni data dalla sua ricorrente insofferenza. Inizia nel bel mezzo della festa il suo allontanamento inarrestabile, come un edificio che crolla rovinosamente, mattone dopo mattone. Justine è turbata, inquieta. Si dilegua dalle luci accecanti della sala, fuggendo dal protocollo cerimoniale che la sorella e il cognato hanno messo in piedi per autocompiacimento più che per renderla felice. Cerca rifugio in luoghi bui, silenziosi, per riposare da ossequi e convenevoli.
C’è un evento che scandisce la narrazione nonché il confronto tra le personalità delle due sorelle protagoniste. Melancholia, un piccolo pianeta che sta per avvicinarsi alla Terra. Secondo i calcoli degli scienziati si allontanerà gradualmente senza provocare uno scontro. Due sorelle ma soprattutto due donne, simbolo del capro espiatorio dell’umanità intera, vittime di una possibile apocalisse. Un dittico dialetticamente antitetico: una dagli atteggiamenti nevrotici, l’altra totalmente “isterica”, governata dal caos. Claire è terrorizzata dalla morte, dalla fine, dall’incertezza del futuro. Justine, al contrario, dalla vita, dalle cose note e ben definite, dal tedio. Mentre l’una vorrebbe controllare il fenomeno Melancholia e la sua imprevedibilità cercando rassicurazioni nel marito (che non a caso è uno scienziato), l’altra si abbandona con impeto liberatorio alla forza della Natura. “La Natura è cattiva”, dice, con uno spirito filosofico tutt’altro che infantile o che di infantile ha solo l’ancestrale autenticità. Riecheggia il pessimismo del Leopardi filosofo, de “La Ginestra”, che egli stesso commentò con una citazione evangelica disarmante: “E gli uomini vollero piuttosto le tenebre che la luce”. Justine è attratta dalle tenebre come fossero il suo unico centro gravitazionale. L’estro veemente di Von Trier crea un’immagine pittorica catartica, un “impressionante” tableau vivant, che vede Justine stesa sull’erba illuminata dai raggi chiari, freddi, lunari, di Melancholia. Tutto il resto è avvolto nella notte buia, solo lei gode della luce proveniente dalla “danza della morte” del pianeta che sfiora la Terra. È lei la ginestra leopardiana che sopravvive contornata dal deserto, salvata dalla sua depressione e dal suo pessimismo che rendono la morte liberatrice, fine di ogni affanno. La natura matrigna non si cura delle pene dell’umanità, il che sconvolge la visione egocentrica di Claire che non riesce ad immaginare l’universo senza l’uomo.
La fotografia disegna una natura preromantica dal sapore misterioso, esotico. Non mancano ironia, sarcasmo e dialoghi pungenti se pur stringati, lapidari. Il personaggio della madre, interpretato da una imperturbabile Charlotte Rampling, deride con la stessa ironia il resto dei personaggi: illusi, fiduciosi nell’amore eterno, nel matrimonio e in ogni forma di felicità ai suoi occhi puramente utopica o almeno limitata nel tempo. È la personificazione del materialismo e tutti sembrano evitarla, intimoriti da pensieri che è più semplice rimuovere.
Melancholia è una pagina sottratta allo psicoanalista di Von Trier, un riflesso nitido del suo disordine mentale, delle sue fobie. La quintessenza della follia, da ogni punto di vista. In concorso a Cannes lo scorso Maggio, il regista viene espulso dopo essersi definito simpatizzante per Hitler nel suo bunker, a pochi istanti dalla fine. L’opinione pubblica dei benpensanti si è dimostrata ancora una volte incapace di cogliere il genio di un’affermazione simile che nulla ha a che vedere con la politica. Per non parlare del momento in cui ha definito lo stato di Israele “un dito nel deretano”, parafrasandolo.
Sì, il cinema è Arte, impressione, turbamento. È incapace di apprezzare la lirica di Von Trier chiunque si arrenda alla razionale narrazione cinematografica, dimenticandone l’essenza panica, caotica, profondamente poetica. Dimenticando lo “Sturm und Drang” di quelle pellicole, come Melancholia, marchiate a fuoco, sequenza dopo sequenza, dalla firma del regista.
 

Eleonora Grimaldi

Eleonora Grimaldi

Studia presso la Facoltà di Letteratura, Musica e Spettacolo - La Sapienza, Roma

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