“Sogno di un uomo ridicolo” al teatro Argentina con Gabriele Lavia – di Laura Guerrieri
Teatro — Da Laura Guerrieri il 26 gennaio 2012 10:34
“Sogno di un uomo ridicolo” al teatro Argentina con Gabriele Lavia
In scena il testo di Dostoevskij
Catarsi, dal greco κἁθαρσις, è un termine che significa purificazione: forse non c’è parola migliore per descrivere l’opera interpretata da Gabriele Lavia durante l’ultima delle tre serate d’ onore che si sono svolte al teatro Argentina. Le rappresentazioni precedenti avevano visto protagonisti illustri come Pippo Delbono e Glauco Mauri.
Il brano è tratto da un racconto di Dostoevskij . Questo scritto, che tratta della precaria condizione della felicità umana, fu sicuramente influenzato dal lungo periodo di prigionia trascorso dallo scrittore, accusato di partecipazione a società segreta con scopi sovversivi.
Durante un’ora e un quarto di monologo, magistralmente sostenuto in una scenografia spoglia, con un gioco di luci essenziale, si svolge un viaggio che scopre gli infimi meccanismi umani, li svela, li grida al pubblico, così che, una volta apparsi alla luce del palcoscenico teatrale, impallidiscano, vergognosi di essere denudati. La catarsi è portata avanti a più livelli, quello dell’attore, quello dello spettatore e infine quello del personaggio. Il nostro protagonista è un uomo ridicolo: “.. e ora dicono anche che sono pazzo..”
Tutti ridono di lui, perché? Perché lui stesso si sente ridicolo, diverso.
Si rende conto che tutto nella vita gli è indifferente. Anche nella vita degli uomini che lo deridono, tutto è indifferente. Essi fingono solamente di preferire un’ emozione ad un’altra. Si arrabbiano, litigano, ridono, eppure non è diverso per loro ridere o piangere, purché si viva, e in questo consiste la loro morte: nella completa indifferenza su come sia condotta la loro vita.
L’uomo ridicolo si sente già morto e desidera profondamente autenticare questo stato: decide allora di spararsi un colpo al cuore e farla finita. Se tutto è sempre uguale, procurarsi la morte- ovvero l’eterna immobilità- può soltanto portare a verità lo stato dell’essere delle cose terrene.
Ma, tornando verso casa, incontra una bambina che lo chiama: mammina, mammina… E lui capisce che la mammina si è sentita male e che la bambina cerca aiuto. Si volta in fretta, esterrefatto dalla sensazione di pietà che prova per la bimba… infatti, se prova pietà vuol dire che il dolore non gli è indifferente, e che quindi non può morire. Guarda nel cielo e tra le nuvole c’è uno squarcio di cielo buio, nel buio una stella. Guardando quella stella egli decide che quella notte stessa si sarebbe ucciso. E’ la presenza di una luce nel buio che sembra aumentare la sua convinzione che la morte potrà solo migliorare la sua esistenza, nel suo anelito di non esistere.
La bambina continua a invocarlo, e lui, nell’urgenza di rifiutarla, di rifiutare quella pietà angosciosa che gli morde il cuore urla, urla e batte il piede. L’urlo di Gabriele Lavia, sul palcoscenico, si ripercuote in tutto il suo corpo, immobilizzato dal busto in su, da una camicia di forza. Mentre l’urlo deforma il volto all’attore ed il piede viene battuto sul pavimento, il pubblico avverte un brivido lungo la schiena e sente cristallizzarsi in sé tutti gli attimi in cui avrebbe desiderato battere quel piede, nella rabbia di essere uno sconfitto.
L’uomo ridicolo se ne va verso casa, pensieroso. Seduto sulla sua poltrona in stile Voltaire, egli riflette: se prova vergogna del suo gesto allora prova dei sentimenti e quindi non può uccidersi. Mentre continua a pensare alla bambina, seduto sulla sua poltrona Voltaire, davanti al comodino, dove sono poggiate la rivoltella e una candela, si addormenta.
Nel sogno immagina di spararsi un colpo di pistola, e morire davvero. Il suo corpo finisce sotto terra. Umidità. Buio. Dopo moltissimi anni una goccia d’acqua gli cade sul viso. E lui la percepisce. E allora, si ribella: perché esiste un Dio così crudele da permettere la percezione dell’ Io anche dopo la morte? Non esiste dunque, mai, un nulla?
In quel momento un angelo lo trascina fuori dalla sua tomba e lo porta in un viaggio cosmico, verso un’altra terra, un Eden abitato da uomini felici che non hanno particolarità: sono come immagini specchiate di una sola armonia universale.
L’uomo ridicolo per tutta la vita ha cercato le differenze, temendo l’indifferenza che lo annichiliva, credendo così di essere felice. In quel modo, invece, anteponeva alla felicità la conoscenza della felicità.
Invece gli uomini dell’ Eden belli, puri, non vanno alla ricerca di un modo per sconfiggere l’indifferenza: non ci sono tra loro parole che presuppongono differenze sociali e culturali, come la Religione, la Filosofia, la Scienza, la Giustizia. Sono felici nell’essere uguali, non nel conoscere la loro uguaglianza. Ma-e qui arriva la vera domanda di tutta l’opera teatrale- questa felicità è vera o no? E’ possibile, la felicità, in un mondo che non conosce il dolore?
Il protagonista, infine, perverte quel mondo: esso si corrompe, diventa malvagio, si particolarizza in tutte le lingue e divisioni di pensiero. Dalla sensualità si genera la menzogna e da lì tutti i vizi dell’uomo.
L’uomo cerca di avvertire gli altri uomini dell’altra terra, che un tempo erano belli e puri, e possono tornare ad esserlo, ma nessuno lo ascolta… lo deridono… è ridicolo…
Improvvisamente l’uomo si sveglia. Comodino, rivoltella, candela.
Comprende di aver visto in sogno la verità. D’altronde noi trascorriamo metà della nostra vita sognando, come dicevano i surrealisti, e per pura convenzione consideriamo vita ciò di cui abbiamo memoria fisica.
L’altro mondo si è pervertito, ma per questo c’è ancora speranza: l’uomo non può anteporre alla felicità la conoscenza della felicità, alla vita, la conoscenza della vita. Il ruolo del visionario è proprio quello di profetizzare l’altro mondo, che è possibile, che ,seppure in sogno, è stato reale!
La camicia di forza indossata da Lavia sul palcoscenico è simbolo della psiche dell’uomo: egli si crede condannato ad essere infelice e avverte nel dolore l’unica profondità della sua vita.
Per questo l’uomo ridicolo confessa di aver amato, più intensamente, gli altri uomini, dopo che questi erano stati pervertiti.
La sofferenza, infatti, genera empatia, pietas, fratellanza. L’uomo, accecato dalla sua solitudine, cerca la propria sofferenza come un assetato, per sentirsi così partecipe del destino dell’umanità.
E’ ora di strappare questa camicia di forza, che impedisce all’uomo di compiere il bene.
La verità è che, amando, si è felici!
Il dubbio rimane se sia possibile vivere in questa verità, o se siamo, come il visionario, tutti destinati a diventare uomini ridicoli.
Tags: Teatro


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