“I mille volti di Ulisse”, James Joyce in mostra al Teatro Vascello – Intervista di Giulia Narcisi

Arte, Letteratura — Da il 16 maggio 2012 21:21

 

“I mille volti di Ulisse”, James Joyce in mostra

Sei artisti e James Joyce. Cosa li accomuna? I primi sono studenti della classe di incisione dell’artista e preof.ssa Aristea Kritsotaki presso l’Accademia di belle arti di Roma. Il secondo è il grande autore del romanzo “Ulisse”. Cristina Ciampaglione, Noemi Aversa, Angelo de Luca, Simone de Santis, Simone Michele Sedicina e Lucia Simone, si sono ispirati proprio a quest’opera di Joyce nell’allestire la mostra dal titolo “I mille volti di Ulisse”, che si terrà presso il Teatro Vascello (Roma) dal 17 al 20 Maggio.

 

Eroe dalla personalità multiforme nel poema omerico, mitico personaggio proiettato nella modernità nel romanzo di Joyce. In ogni caso, sempre figura alla costruzione della propria identità attraverso il viaggio e le esperienze rivelatrici, che rendono così simile a lui la condizione dell’uomo moderno. Ogni artista ha cercato di infondere, nella propria opera, uno dei variegati aspetti di questo Ulisse. Energie9 ha parlato direttamente con loro per capire come hanno fatto.

Noemi Aversa ci dice di aver scelto, nel percorso della mostra, di affrontare uno studio psicologico sulla multiformità del personaggio e, dunque, della caratterialità umana. Ha proposto un elaborato grafico digitale usando la tecnica del type: ha ripetuto il nome “Ulisse” fino a creare una texiture che all’apparenza potrebbe sembrare fatta di lettere ma che poi va a comporre dei piccoli vascelli. Il tema della pluralità e della ricerca del significato emerge con forza, assieme alla scaltrezza di un’idea che sa rivelarsi al momento giusto, solo se osservata con attenzione. L’emblematico titolo della sua opera è proprio “Uno, Nessuno, Eroe”: si gioca, certo, sul nome che l’Ulisse omerico dichiara a Polifemo per indurlo in inganno, ma sicuramente si evidenzia la pluralità delle esperienze umane che rendono l’Ulisse di Joyce la proiezione di una contemporaneità mai  univoca. Pluricaratterizzazione di un eroe fattosi uomo che mai ha caratteri positivi o negativi ma che si imprime nella tela come alla continua scoperta e innovazione dei tanti possibili se stesso.

Particolare è anche il lavoro di Angelo De Luca che ci ha raccontato di essersi concentrato sulla tematica della fine del mondo come possibilità di superamento del confine umano. Ha curato una approfondita riflessione sulla metafora, la ricerca dell’altro, la profezia nascosta e il sacro rivelatore. Ammira i flussi di coscienza di Joyce e tenta di riprodurli con una tecnica che compone oggetti  in un modo  che, solo all’apparenza, potrebbe risultare casuale ma che, in realtà, rivela l’intreccio della verità. La sua opera “La fine del mondo” mostra un grammofono messo sopra a gambe femminili che si muovono su uno sfondo scuro e che, proprio muovendosi, riproducono il fruscìo del disco sullo strumento. Lo scivolare nella assurda e indefinita coscienza dei elementi in divenire, del movimento, della scoperta. La surrealità della fine come inizio della rivelazione e della rinascita. “Il fedele ermetista attende la luce” è il titolo della sua seconda incisione: un volto di profilo, sezionato, da cui fuoriesce un cervello pieno di particelle: cervello quale mescolanza di idee, immagini, varietà umana. La saggezza che si accumula e viene alla luce. Di nuovo l’attesa della rinascita: c’è la cresta di un gallo, animale che attende il giorno per vivere di nuova essenza.  C’è sempre l’uomo quale figura ricca e imperscrutabilmente complessa, che cerca emergere dalla sua stessa molteplicità.

A portarci, invece, in una suggestiva analisi della complessità dei volti che si leggono solo nella serialità è Simone Michele Sedicina. I suoi due lavori, tratti dalla serie “Stati”, si completano a vicenda, portando in scena sezioni della stessa immagine. Il suo elemento ispiratore è quello del gorilla, tema che nasce da una profonda ricerca personale dell’autore volta a portare alla luce l’elemento bestiale, quasi primitivo dell’umanità. La sua essenza naturale e indomabile, la conoscenza dei sensi quale elemento originario e dissacrante. La spinta dirompente verso l’oltre. L’artista spiega qual è l’elemento della tecnica che lo accomuna ai suoi colleghi: provengono tutti dalla scuola del bianco e nero e prediligono una stampa su carta giapponese e altre carte pregiate. Tutti in classe hanno affrontato la tecnica della xilografia che, assieme alla punta secca, sono tecniche dirette, tanto che nella stessa mostra predomina la xilografia, tranne per la maniera nera di Lucia Simone e la grafica di Noemi Aversa. Gli artisti raccontano di aver eseguito  le proprie opere attraverso tecniche dirette, nello specifico la xilografia è anche stampata a mano, come nell’insegnamento dell’artista e prof.ssa Aristea Kritsotaki che tramanda loro il metodo tradizionale.

Lucia Simone ci descrive, invece, due opere che creano una continuità ma anche una rottura l’una con l’altra, rendendo affascinante l’esperienza visiva. La prima è tratta dalla serie “Assenza” (tecnica della maniera nera) e  mostra un corpo femminile, dalla forte carnalità che si ispira chiaramente a Molly Bloom, l’ anti-Penelope di Joyce. Quello che, però, c’è e assieme manca è l’elemento del volto: il viso della donna si perde, sfumandosi fin quasi a sparire. Ecco la rappresentazione dell’esserci – non esserci che accomuna  una modernità alla ricerca di una definizione di se stessa, definizione che, probabilmente, riesce a trovare attraverso il velato mistero con cui si accompagna. Nella seconda opera, invece, dalla serie “Ritratto di un sogno lucido” richiama la Morte, ritraendola come una donna che esce dal buio, un nero che riesce a dare profondità all’idea di perdita, lontananza e inafferrabilità della fine delle cose. Nel buio, infatti, Lucia Simone ci spiega che la xilografia riesce a realizzare la luce: ogni segno è un punto luce. I segni di luce nella sua opera sono volutamente pochi: la presenza – assenza nel buio si perde nel terrore sfumato dello sconosciuto ed assorbe una carnalità ormai disfatta.

Conclude  gli interventi Simone de Santis, che a proposito della sua opera “Nessuno si innamorò” dichiara che “la forma non esiste. Il segno marca il puro sentimento”.

Ricordiamo che l’esposizione è in parallelo con uno spettacolo teatrale che partirà dal 18 Maggio che reinterpreterà il tema dell’Ulisse di Joyce. Ideazione, coordinamento e direzione sono del prof. Quinto Fabriziani, Accademia di belle arti.

Esposizione vivamente consigliata, sia per la ricchezza delle tematiche affrontate che per la bellezza della tecnica utilizzata.

 

Giulia Narcisi

Giulia Narcisi

Dopo il conseguimento del diploma classico, si sta ora dedicando agli studi di Giurisprudenza; nel mentre coltiva con entusiasmo la sua grande passione per le lettere. Cura la sezione di Letteratura per la Rivista.

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